Stati Uniti: nuovo “No Sail Order” blocca le crociere per altri 100 giorni

Nuovo stop per le crociere negli Stati Uniti. Citando l’incapacità delle agenzie di sanità pubblica locali di limitare il rischio di diffusione del Covid-19 a bordo delle navi da crociera, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie ha emesso nei giorni scorsi un nuovo divieto di operare alle compagnie che operano nei porti degli Stati Uniti per altri 100 giorni.

In particolare, il nuovo ordine di non navigazione vieta le crociere negli Stati Uniti fino a quando la pandemia non verrà dichiarata superata o per i prossimi 100 giorni, a seconda di quale evento si verifichi per primo. Se lo stop pertanto venisse esteso per altri 100 giorni, le navi non potrebbero salpare dai porti americani fino a metà luglio. Una prospettiva destinata a rappresentare un duro colpo per l’industria crocieristica, già provata da un fermo globale delle attività iniziato ormai da diverse settimane.

Il provvedimento, che lascia comunque la facoltà ai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie o al Segretario alla Salute e ai Servizi Umani degli Stati Uniti la possibilità di revocare la sospensione prima di luglio in caso di un miglioramento della situazione, non richiede alle navi di lasciare i porti degli Stati Uniti, ma ordina agli operatori di sviluppare e attuare piani di azione per “prevenire, mitigare e rispondere alla diffusione del Covid-19 a bordo delle navi da crociera” entro la prossima settimana.

Mentre poche navi hanno viaggiato nelle ultime settimane, migliaia di membri di equipaggio sono rimasti a bordo delle navi ormeggiate nei porti o al largo delle coste statunitensi. Attualmente circa 100 navi sono al largo delle coste orientali ed occidentali del Paese, con a bordo 80.000 membri di equipaggio. Ad oggi sono 20 le navi ormeggiate con contagi da Covid-19 accertati o sospetti a bordo.

La preoccupazione per la pandemia e gli inevitabili effetti economici cresce di giorno in giorno e non riguarda soltanto le compagnie direttamente interessate dal provvedimento, ma anche i principali attori di terra. Port Canaveral, ad esempio, da sempre porto di partenza della Florida di numerose navi Carnival, Norwegian, Royal e Disney, stima una perdita di oltre 22 milioni di dollari per i primi tre mesi di sospensione delle attività. Tale cifra comprende le varie tasse che il porto incassa dalle navi che attraccano, nonché le entrate derivanti dai costi di parcheggio sostenuti dai passeggeri che arrivano al porto in macchina.

Segnali di preoccupazione anche dalla Cruise Lines International Association (CLIA): “Apprezziamo molto il nostro rapporto con le autorità statunitensi e continueremo a lavorare con le agenzie e ad impegnarci per garantire la salute e la sicurezza di passeggeri ed equipaggio, che è la priorità numero uno del settore. Tuttavia siamo preoccupati per le conseguenze non intenzionali che il No Sail Order determinerà per l’industria crocieristica, un comparto che si è dimostrato proattivo nella sua escalation di adozione di protocolli igienico-sanitari sempre più ferrei e che è stato tra i primi ad annunciare volontariamente una sospensione delle operazioni.
Se la sospensione delle navigazioni si estendesse ben oltre il tempo opportuno per riprendere l’attività – prosegue la nota -, l’impatto economico potrebbe essere significativo, dato che ogni giorno di fermo comporta una perdita in termini di impatto economico totale di circa 92 milioni di dollari e la perdita di 300 posti di lavoro diretti e 620 totali. Nel tempo il passo delle perdite aumenterà e potrebbe arrivare alla preoccupante cifra di 51 miliardi di dollari e 343.000 posti di lavoro, di cui 173.000 diretti, qualora l’ordine dovesse rimanere in vigore per un anno.
Le crociere non sono né la fonte, né la causa del virus, né il veicolo della sua diffusione. Ciò che differisce l’industria crocieristica sono i rigorosi requisiti di segnalazione a cui le compagnie devono attenersi e che al contrario non vengono seguiti con altrettanta puntualità nei luoghi similari a terra, dove la diffusione della malattia è altrettanto presente. Sarebbe un falso presupposto collegare una maggiore frequenza e trasparenza delle reportistiche fornite dalle navi da crociera ad una più alta frequenza di infezione”.

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